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Il sonno delle cose

La bambola è un oggetto familiare. Appartiene all'infanzia, alla casa, al gioco. Io non ho mai giocato con le bambole, ma ricordo quelle di mia sorella: la cura con cui le vestiva, il tempo che passava a parlare con loro, la naturalezza con cui le trattava come presenze vive. Le osservavo da una certa distanza, come si osservano le immagini. Erano oggetti, eppure dentro il gioco ricevevano una voce, un carattere, una piccola anima provvisoria.

 

Quando il gioco finiva, quella vita sembrava ritirarsi. Estrapolate dal loro contesto, il volto frontale e la posa ieratica, la luce quasi teatrale, le mie opere rappresentano la bambola con la stessa distanza con cui le scrutavo da bambino. Restano i corpi immobili, gli abiti, gli occhi fissi, la materia fragile di cui sono fatte.

 

Le bambole fotografate non agiscono, non minacciano. Restano ferme. È proprio questa immobilità a inquietarmi. Ciò che era intimo ritorna estraneo; ciò che ora è inanimato sembra conservare una traccia di vita. Nei loro volti non cerco l'orrore, ma quella sospensione sottile in cui un oggetto smette di essere soltanto una cosa e diventa presenza.

 

Oggi, guardandole, sento che non parlano più dell'infanzia, o non solo. Parlano del tempo. Della sua pazienza crudele, del modo in cui consuma i corpi, i ricordi, le stanze, le voci. Indifferenti, ci

guardano. Testimoni mute della caducità della vita, mi ricordano la natura fragile, temporale e mortale dell'esistenza umana. E forse anche questo mi turba: riconoscere, nella loro immobilità, qualcosa della vecchiaia che avanza e del tempo che non torna.

The doll is a familiar object. It belongs to childhood, to the home, to playtime. I never played with dolls, but I remember my sister’s dolls: the care she put when she dressed them, the time she spent talking to them, the natural way she treated them as living presences. I watched them from a certain distance, the way one looks at images. They were objects, and yet within the game they received a voice, a character, a small temporary soul.

When the game ended, that life seemed to withdraw. Taken out of their context, with their frontal faces and formal, still poses, with an almost theatrical light, my photographs represent the doll with the same distance from which I observed them as a child. What remains are still bodies, clothes, fixed eyes, and the fragile material they are made of.

The dolls I photograph do not act, they do not threaten. They remain still. It is precisely this stillness that unsettles me. What was once intimate becomes strange; what is now inanimate seems to preserve a trace of life. In their faces I am not looking for horror, but for that subtle suspension in which an object stops being just a thing and becomes a presence.

Today, looking at them, I feel that they no longer speak only of childhood, or not only of that. They speak of time. Of its cruel patience, of the way it wears down bodies, memories, rooms, voices. Indifferent, they look at us. Silent witnesses to the passing nature of life, they remind me of the fragile, temporary and mortal condition of human existence. And perhaps this is what unsettles me too: recognising, in their stillness, something about ageing coming closer and of time that does not return.

Sembrano tre presenze mute, una piccola assemblea.

 

"Coro" suggerisce una voce collettiva, anche se silenziosa: non parlano, ma occupano lo spazio insieme.

È una delle immagini più freudiane: volto umano, corpo artificiale, occhi quasi vivi, ma immobilità assoluta.

"Soglia" indica il confine tra vivo e non vivo, persona e oggetto, infanzia e anatomia. Anche il vuoto laterale

sembra uno spazio d’attesa.

Riunite nello stesso spazio, le bambole sembrano condividere un'attesa.

 

"Veglia" suggerisce uno stare insieme silenzioso e inquieto: non dormono, ma sembrano sorvegliare il tempo.

Qui il centro è lo sguardo: non guarda frontalmente, ma devia. Questa piccola torsione basta a creare disagio.

 

"Obliquo" indica sia la direzione degli occhi sia una forma di ambiguità morale e percettiva: non sappiamo dove stia guardando, né cosa stia pensando.

Mi sembra quasi un oggetto devozionale, conservato, fragile, antico. Non tanto un giocattolo, ma una presenza custodita.

Il pizzo, il bianco ingiallito e la luce dall'alto le danno un'aura da piccola santa domestica o da corpo preservato.

La crepa sulla guancia e il corpo incompleto rendono visibile la vulnerabilità dell'oggetto.

"Ferita" non è solo fisica: è anche la ferita dell'infanzia quando diventa memoria, rovina, materia consumata.

La figura emerge dalla penombra come una presenza appena manifestata.

 

"Apparizione" sottolinea il suo carattere evanescente: non sembra appartenere del tutto né al mondo degli oggetti né a quello dei corpi, ma a uno spazio intermedio fatto di memoria e visione.

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